Gli uomini mentre insegnano, imparano. Così soleva esprimersi secoli fa Seneca. Aderendo alla seguente affermazione viene spontaneo chiedersi: Cosa vuol dire insegnare in quest’era ipertecnologica digitale? Lavorare con gli studenti è ancora possibile, e se sì in quale maniera, e soprattutto perché è davvero importante farlo?
In questa sede azzarderemo delle risposte a questi ed altri interrogativi ricorrenti sull’argomento. Tanto per cominciare partiamo col dire che il termine insegnare vuol dire imprimere un segno e perché ciò avvenga è necessario conoscere saperi da trasferire con metodo. Questo processo richiama alla memoria anche altri interessanti vocaboli fra cui quello di istruire, ossia spiegare o trasferire nozioni, eventuali regole o abilità, ed educare trarre fuori (ex ducere), operazione utilissima nel guidare una persona a sviluppare carattere, valori morali, emozioni e modi per stare al mondo.
È chiaro che, soprattutto in questo caso, sarà quanto mai opportuno riuscire a districare la matassa potendo scegliere se farlo attraverso un tipo di educazione formale universitaria, presso istituzioni scolastiche con titoli, oppure un’educazione non formale, basata su libere scelte senza titolo, oppure ricorrendo ad un sistema informale che preveda un processo spontaneo derivato direttamente dall’esperienza quotidiana.
Si può insegnare in molti modi sia attraverso sistemi tradizionali sia attivi e partecipativi come il debate, role playing, peer education, circle time e tanto altro. Ripensando al passato, torna pregevole la figura di Socrate che basava il suo metodo sul dialogo. Famosa resta la sua opera magna L’arte della maieutica (maieutiké tekne- arte della levatrice–μαιευτική τέχνη) applicata alla filosofia e al dialogo, che oggi erroneamente qualcuno è indotto ad associare al coaching e couseling. Riguardo a ciò va integrato quanto segue: si tratta di una pratica finalizzata ad una trasformazione dell’individuo, grazie ad un indirizzo fornito dal magister mediante confutazione. Per questa ragione possiamo dire che, mentre il metodo maieutico consegnava una verità attraverso una metodologia, il coaching consegna un metodo attraverso una metodologia. In effetti egli non forniva risposte pronte ai suoi discepoli, ma poneva loro domande per spronarli a cercare plausibili risposte a particolari interrogativi. Spingeva i suoi interlocutori a smontare le proprie verità al fine di cercare potenziali errori di interpretazione o liberarle da falsi miti ed eventuali pregiudizi. Per dirla in parole povere muoveva il suo interlocutore a pensare con la propria testa. Non è un caso se un celebre gesuita cileno ebbe a sostenere che fosse più facile insegnare che educare perché mentre per insegnare è richiesto il sapere, per educare bisogna essere. Vale la pena, in questa sede, ricordare che esistono più stili educativi, tra cui menzioniamo quello di tipo autoritario, quello democratico, autorevole permissivo, e per finire quello negligente/trascurante. Ovviamente proseguendo il mio ragionamento posso attestare che tanti sarebbero gli appigli teorici cui riferirsi, ma per brevità mi limiterò a citarne solo alcuni fra quelli che ritengo essere più familiari al grande pubblico dei nostri lettori. Partirei volentieri dal pedagogista statunitense John Dewey (1859-1952) padre del pragmatismo e attivismo pedagogico e del metodo “learning by doing” per passare alla pedagogista e medica italiana Maria Montessori (1870-1952) che pone al centro della relazione il rispetto per il naturale sviluppo del bambino, la sua autonomia e autoeducazione. La carrellata prosegue con lo svizzero Piaget (1896-1980) per il quale risultava di fondamentale importanza l’osservazione del discente, il colloquio clinico e le prove pratiche; ed ancora il brasiliano Freire (1921 -1979) che introduce un rapporto paritetico tra docente e discente fondato sulla emancipazione e coscientizzazione. Sarebbe per me impossibile non citare il russo Lev Semënovič Vygotskij (1896-1934) socio costruttivista che introduce la zona di sviluppo prossimale e per il quale… la parola è il microcosmo della coscienza umana. Giungendo in dirittura d’arrivo citerò anche il maestro scrittore Don Milani (1923-1967) ricordandolo per la sua scuola inclusiva quale forma di riscatto per gli svantaggiati. Per chiudere questa panoramica vi voglio segnalare Mario Lodi (1922 – 2914) maestro ed intellettuale impegnato per il quale è essenziale la cooperazione educativa e la creatività infantile in cui l’insegnante diviene guida e il discente compagno di ricerca.
Restando sul tema concernente l’educazione vi ricordo che nel rapporto del 1996 per l’UNESCO, ad opera della commissione internazionale sulla educazione del XXI secolo sotto la guida di J. Delors, vengono indicati quattro pilastri fondamentali tra cui: imparare a conoscere – imparare a fare – imparare a vivere con gli altri – imparare ad essere e agire con senso di responsabilità etica e personale sfruttando al meglio potenzialità. In un siffatto quadro generale converrete con me come ben si comprenda che colui che opera in tal senso venga riconosciuto come docente, maestro o professore cui si associano i titoli quali quelli di educatore, istruttore e/o precettore. Tuttavia non è per noi una novità che, in questo particolare ambito, vi sia un folto numero di persone che, forse per ripiego, cerca uno sbocco nell’insegnamento. Ma così sappiamo bene che non può funzionare. Questa professione così delicata, così preziosa, così importante finirebbe con l’essere svilita dall’assurda idea di occupare un posto e nulla più. Purtroppo dobbiamo tenere a mente che in tali contesti non abbiamo a che fare con semplici oggetti quanto di persone, di menti in formazione e crescita. È in gioco il futuro armonico di intere collettività che per funzionare al meglio necessitano di uomini e donne lungimiranti capaci di ricoprire un ruolo che sviluppi al meglio abilità e potenzialità. Il nozionismo non può essere la via d’uscita preferenziale, quanto piuttosto un approccio critico, collaborativo e creativo tra le parti in causa. Il contesto educativo esige una buona capacità di ascolto e il saper trasmettere passione attraverso un dialogo aperto che tiene conto dell’inclusività e della necessaria autonomia degli studenti che va gestita con autorevolezza. L’esimio prof. Umberto Galimberti dice che selezionare i docenti è una operazione alquanto ardua. Ritiene la cattedra un palcoscenico e che non è sufficiente il superamento di un concorso, serve empatia – carisma tale che le parole che dice siano autorevoli. Chi non sa comunicare, precisa, non dovrebbe né potrebbe insegnare in un mondo dominato da tecnica e profitto in cui l’insegnante è un debole. Per queste ragioni occorrerebbe anche prevedere un maggiore riconoscimento economico; i docenti ricevono un terzo dello stipendio rispetto ai tedeschi, ma in Italia anche se sono pagati meno, lo fanno a vita. E questo fa la differenza!
Per essere carismatici occorre essere empatici, ossia capire cosa passa nella testa e nel cuore di chi si ha difronte. Oggi è più che mai necessario essere buone guide e facilitatori in continua evoluzione, bilanciando passione e sfide tecnologiche, burocrazia e famiglie trasformando la trasmissione delle conoscenze in esperienza di crescita inclusiva. Detto questo ciascuno provi ad analizzare se stesso e a valutare se sia o meno il caso di imbarcarsi in una simile professione. L’insegnante non riempie un vaso, accende un fuoco.
Deve impegnarsi a risvegliare un interesse che accompagni i propri discenti lungo l’intero percorso di vita. Esige l’essere dei visionari, sognatori in grado di immaginare il futuro ad occhi aperti e per farlo, o meglio per riuscirci, ci occorre tanta pazienza e un’adeguata capacità di sapere attendere gli sviluppi futuri. Occuparsi di tutti senza lasciare indietro nessuno, anche se ciò costa fatica immane. Fare sempre, per quanto possibile, un bel gioco di squadra, conferire a ciascuno il suo ruolo, valorizzare le imperfezioni, rendere la vita degna di essere vissuta, il sostenersi vicendevolmente sarà una vera conquista per le generazioni presenti e future. Chi osa insegnare non deve mai smettere di imparare. Carl Gustav Jung affermava che “I bambini vengono educati da quello che gli adulti sono e non dai loro discorsi” ed ancora Erasmo da Rotterdam che “Il reciproco amore fra chi apprende e chi insegna è il primo e più importante gradino verso la conoscenza”. Per congedarmi dai voi, cari lettori, vi consegno il seguente pensiero espresso, qualche tempo fa, dal grande divulgatore scientifico Piero Angela in merito alla tematica trattata: “L’insegnante è la persona alla quale un genitore affida la cosa più preziosa che possiede suo figlio: il cervello. Glielo affida perché lo trasformi in un oggetto pensante. Ma l’insegnante è anche la persona alla quale lo Stato affida la sua cosa più preziosa: collettività dei cervelli, perché diventino il Paese di domani.” Meditiamo gente, meditiamo, ne va del nostro avvenire.
“Non insegnare le discipline con la costrizione, ma come giocando; potrai così scoprire le tendenze individuali di ciascuno.”
(da La Repubblica diPlatone)
Rosaria Avelluto
