Un grosso volume di 385 pagine racconta tutta la vita di Giorgio Bergoglio fino al 2024. Il tema della speranza è il messaggio che ispira tutti gli avvenimenti lieti e tragici della sua esistenza. Una bellissima immagine illustra quella virtù come una bimba che cammina tra le mani della fede e della carità. Egli esorta i cristiani a vivere la speranza della salvezza, che rende viva la fede per il futuro di ogni credente. La fede illumina l’amore misericordioso del Signore, (Lumen fidei 2013). La carità scaturisce dalla speranza che attiva un amore filiale con Dio Padre e fraterno nella comunione dei Santi. Fede e speranza sono state inculcate nell’animo del piccolo Bergoglio dai nonni Giovanni e Rosa Margherita Vassallo di Genova e dal padre, il ragioniere Mario Giuseppe Francesco, piemontesi, emigrati in Argentina. Giorgio nasce in un sobborgo della periferia di Buenos Aires da Mario e Maria Sivori, nata da genitori emigrati siciliani.

I nonni paterni e il figlio Mario, devoti della Madonna Ausiliatrice, sono sempre impegnati con i Salesiani sia a Torino sia nella nuova terra. Essi hanno educato Giorgio fino alla giovinezza alla fede cattolica e alla speranza di un lavoro. Egli si è diplomato come tecnico di laboratorio in analisi biomedica farmaceutica. E’ bravo in quel impegno laico, mentre frequenta in parrocchia l’Azione Cattolica da cui riceve la passione per i poveri, per i giovani di ogni etnia, emigrati di ogni religione. L’amicizia con tutti del quartiere si rafforza con lo sport, il pallone e altri giochi. Tra le sane distrazioni vi è anche, qualche volta, il tango argentino. Non si allontana mai dalla fede e dalla speranza di cercare la volontà di Dio. Per questo si confida con i Salesiani della parrocchia e si apre nel cuore la misericordia del Signore, che gli indica un’altra strada. Dopo il diploma i genitori avevano intuito che il figlio volesse frequentare l’Università per diventare medico. Un giorno la madre, in sua assenza, sale nel suo studio e nota, tra tanti libri quelli di teologia e di latino. Al ritorno del figlio la mamma chiede: “ Non volevi fare il medico?”. Risponde: “Sto penando di fare il medico delle anime”. Il contrasto materno fu lungo, ma silenzioso, mentre il padre fu subito rispettoso della sua volontà. Il 1956 entra in seminario diocesano. Il male peggiore venne da una pleurite quando era in seminario diocesano. La situazione era grave. Una suora esperta infermiera, Cornelia oriunda piemontese, durante il ricovero nell’ospedale “Sirio Libanes”, dopo l’operazione, decise un dosaggio molto forte di penicillina e streptomicina. La febbre iniziò a calare. In un secondo momento Giorgio subì un intervento per eliminare tre grossi cisti con un taglio di un lembo del polmone. Il dolore molto forte fu sopportato con l’invocazione a Cristo Crocifisso. Nel tempo della degenza ospedaliera il Signore operò un altro intervento: la decisione di lasciare il seminario diocesano ed entrare nella Compagnia dei Gesuiti: “Tre cose mi colpivano: la comunità, la missionarietà, la disciplina”. Era il 1958 quando la speranza di una vita missionaria lo affascinava per una scelta più ampia di quella di una Chiesa locale.

Alla periferia di Buenos Aires vi era un Centro della Compagnia di Gesù. Accompagnato dai genitori il giovane Bergoglio chiede al maestro dei novizi, padre Gavina, di far parte della loro famiglia. L’accoglienza fu immediata con l’inizio del noviziato. Gli esercizi spirituali erano la fonte della spiritualità di Sant’Ignazio, base della formazione degli anni prima di promettere i quattro voti ignaziani e l’ordinazione sacerdotale. Una forte esperienza fu vissuta per la preparazione alla missione con prove di libertà e di maturazione umana, sociale e ministeriale. Da Buenos Aires venne inviato in parrocchie e centri di Gesuiti in Cile, Spagna, Germania a studiare lingue e tradizioni diverse. La ricchezza multiculturale si incarnava nel suo animo tanto da esprimerla quasi naturalmente nel suo pontificato. L’esercizio della carità fu grande a servizio dei poveri, a curare le piaghe dei malati nell’ospedale, ad assistere i ragazzi scalzi delle periferie con la catechesi e con il procurare scarpe contro l’intenso freddo e cibo contro la fame. Il clima distruttivo era sopportato,(Laudato Si’). Quell’esperienza di amore, durante il “giuniorato” in Cile, ha segnato in particolare il suo animo. Nel 1963, a 27, anni si laureò in filosofia e poi in teologia nel 1971. Nel 1969, a 33 anni, ottenne la consacrazione sacerdotale. Il cammino della speranza ha realizzato il suo sogno: il sacerdozio come missione di obbedienza nei luoghi decisi da Cristo Gesù mediante i suoi Superiori. Nel periodo precedente dal 1964 al ’66 fu incaricato come insegnante di letteratura, arte e psicologia nel collegio di Santa Fe ai ragazzi degli ultimi due anni del liceo. Scriverà: “Ho amato molto quei ragazzi e li ringrazio per tutto il bene che mi hanno fatto; insegnare è pure imparare”. In quegli anni del Concilio Vaticano II seguì con grande interesse il dibattito acceso tra i teologi dogmatici e i biblisti più aperti alla ricerca evangelica. Nel 1973 fu nominato maestro dei novizi e dopo tre mesi, a 36 anni, superiore provinciale dell’Ordine.

Era il più giovane e si ritenne inesperto, ma pieno di speranza si affidò allo Spirito Santo, rinnovando la sua promessa di fede espressa nell’ordinazione sacerdotale. Delle dodici due confessioni fondamentali sono: “Voglio credere in Dio Padre, che mi ama come un figlio, e in Gesù Cristo, il Signore, che ha infuso il suo Spirito nella mia vita per farmi sorridere e condurmi nel suo regno…Credo in Maria, madre mia che mi ama e non mi lascerà mai solo”. Mater mea Fiducia mea, imma7gine della Basilica romana è stata il suo faro per i viaggi mondiali. Nel 1992 padre Bergoglio fu nominato vescovo vicario di Buenos Aires. “I fallimenti non possono fermarci se abbiamo il fuoco nel cuore”: da questa convinzione “la speranza non delude”(Dilexit nos 2024), quando si continua a lavorare per il Signore. Per questo Papa Francesco scrive: “Sogno una Chiesa sempre più madre e pastora” che manifesta sempre la misericordia come il buon samaritano. “Sento che tutta la mia esistenza è impastata di speranza e anche nei momenti più bui”. In sette pagine del libro “intona il canto” della speranza. Distingue una speranza “laica” da quella cristiana. Essa è sempre farmaco e cura. La prima segue il proverbio: “E’ l’ultima a morire”; quella cristiana è la certezza che siamo nati per non morire mai più, secondo il detto di san Paolo: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo ?”, (Rom. 8,35-37). Per il cristiano è un elmo della salvezza che difende la testa dai pensieri nocivi e dai timori, che sono dentro di noi. La speranza è valore supremo, il contrario è l’inferno già sulla terra, “Lasciate ogni speranza voi che entrate”, citando Dante. Senza la speranza l’uomo sarebbe ancora nella caverna e non ci sarebbe storia e sviluppo. Essa è la realizzazione dei sogni, che diventano progetti. Il Giubileo straordinario della misericordia, indetto da Papa Francesco nel marzo 2015, fu una preparazione a quello del 2025 “Pellegrini di speranza” per ottenere la conversione del cuore. Misericordia è il nome di Dio, Speranza è il nome che Lui ha dato a noi come essenza della vita di amore. Dunque “Dio ci ha fatto speranza”. Con l’educazione si attua la speranza che dal presente guarda al futuro. Da superiore provinciale dei Gesuiti ha dovuto aggrapparsi in modo eroico alle tre virtù teologali, nel periodo più tragico della sua missione in Argentina durante la “terribile notte della dittatura”. 30 mila desaparecidos erano spariti, cercati dalle madri senza avere risposte dalla gendarmeria locale. Egli sentì il peso della sua responsabilità per salvare il più possibile gruppi e singole persone affrontando rischi e pericoli di morte. Due padri gesuiti erano stati arrestati. Con difficoltà cercò di ottenere un colloquio con il dittatore e con la gendarmeria del carcere fin quando riuscì a liberarli. In una notte nascose nel suo collegio un gruppo di giovani, che con falsi documenti fece espatriare. Visitava gli abitanti delle baraccopoli minacciati da militari durante manifestazioni pacifiche per soddisfare le loro esigenze. Dovette far intervenire l’arcivescovo per celebrare l’Eucaristia e convincere i gendarmi ad andare via. Il 1998 fu nominato arcivescovo di Buenos Aires. Con maggiore responsabilità dialogava con i fedeli delle parrocchie e i cittadini di buon volontà nei luoghi di missione apostolica. Guidava una modesta auto nella necessità, ma preferiva camminare a piedi o viaggiare con mezzi pubblici per vivere in mezzo al gregge degli umili. Un giorno in pullman entrarono due prostitute senza biglietto, allora diede i soldi per il loro viaggio. Esse si ricordarono di lui un giorno e vollero incontrarlo per un colloquio di conversione portando anche altre amiche. “La Chiesa è aperta a tutti”, soleva dire,(Fratelli tutti 2020. La speranza è sempre viva perché Dio è Misericordia.

Anche da Cardinale, creato nel 2001, da Papa Woytila, mons. Bergoglio continuò la sua missione pastorale con l’assemblea dei vescovi dell’Argentina come testimone di povertà, umiltà e vicinanza alla miseria delle periferie. Eletto “Vescovo di Roma” dal conclave del 13 marzo 2013, dopo qualche anno iniziò i numerosi viaggi apostolici in tutto il mondo. Preferì spesso incontrare i popoli delle nazioni più lontane, dove i cattolici erano minoranza, ma lievito per un ecumenismo religioso e culturale con tutti. Sull’aereo verso il Cile incontrò due giovani coniugi, addetti al servizio degli ospiti. Dal cartellino del marito si accorse che era un immigrato italiano di origine genovese. Il giovane gli presentò la moglie Paola. Raccontarono che erano sposati solo civilmente, perché il giorno del matrimonio religioso avvenne un terribile terremoto in Cile, che distrusse molte case e anche la chiesa. Tutto fu rimandato in attesa di migliore situazione. Il Papa chiese se speravano ancora il sacramento religioso. Alla loro gioiosa risposta li preparò con la Parola di Dio, li assolse con il sacramento della Penitenza, chiese carta per scrivere il certificato di matrimonio da consegnare alla Nunziatura apostolica del Cile. Davanti a due testimoni pronunziò la formula del sacro rito. Gesù donava gioia al bisognoso facendosi padrone del sabato dei farisei. Così il Pontefice realizzava per essi la speranza con la misericordia del Signore. A conclusione del testo Papa Francesco definisce così la sua speranza: “Quell’irriducibile spiritosa bambina, compagna dei miei giochi da bambino. L’ho abbracciata da ragazzo ed è diventata mia sposa nella primavera che ha cambiato la mia vita per sempre. Da adulto in qualche giorno buio l’ho persa di vista, ho pensato si fosse allontanata da me, ma ero io che sfuggivo il suo sguardo; poi mi sono ripromesso che l’avrei seguita per sempre perché il suo Cielo è già in Terra”. L’antico proverbio ricorda: “La speranza è l’ultima a morire in terra ”. Infatti in Paradiso fede e speranza scompaiono, rimane solo la carità, l’amore divino che abbraccia tutti i Santi. Il 25 aprile 2025, Pasqua di Resurrezione, Papa Francesco è dimesso dall’ospedale ”Gemelli” dopo molti giorni terribili di degenza per interventi polmonari. Egli ha voluto salutare i “pellegrini di Speranza”, accorsi per il Giubileo. Condotto con la papamobile attraverso le transenne del colonnato di san Pietro, col sorriso ha benedetto tutti i gruppi che lo acclamavano, apparso come un miracolato dalla grazia del Signore. Dal balcone della Basilica ha concesso la benedizione “Urbi et Orbi” alla città e al mondo, per l’indulgenza plenaria. E’ stato l’ultimo saluto prima dell’addio mattutino del lunedì: “Il Papa è tornato alla Casa del Padre”. Un ictus notturno ha dato il riposo eterno ad una vita che ha girato il mondo intero per annunciare la Parola di Dio. Vincenzo Basile.
