Salve, lettori di Altamura in dialogo on line. Sono il prof. Vito Ciccimarra, autore del libro ‘I càusә dә na voltә’, recentemente pubblicato. Il libro tratta delle nostre tradizioni, argomenti già trattati in passato anche da altri autori. La particolarità di questo libro è che è multimediale nel senso che presenta circa 200 qrcode grazie ai quali è possibile ascoltare materiale audio e video inquadrando il relativo qrcode col proprio telefonino. Grazie alla richiesta del direttore Gennaro Clemente è mia intenzione d’ora in poi mettere gradualmente i diversi argomenti trattati nel libro, compresi i qrcode. Per eventuali informazioni potete contattarmi al mio numero whatsapp 3292723081.
Invio il secondo argomento ‘u matrәmònjә dә na voltә’ con un qrcode che, inquadrato col telefonino vi farà ascoltare una poesia di Lillino Calia sul dialetto altamurano.

2 – U matrәmònjә dә na voltә
In passato l’innamoramento scoccava come scocca oggi; il difficile era farlo capire alla persona amata, sudando le proverbiali sette camicie. Si poteva farlo capire rendendosi utile alla persona amata (cavalier servente), farfugliando parole senza significato (cascamorto), arrossendo in viso e strizzando l’occhio sinistro (occhio di triglia), piantonando la casa dell’amata (spundәnastrә), facendo una veloce e pudica carezza durante un incontro occasionale (manomorta), pedinando per mesi la donna amata (cane segugio), facendo giungere una dichiarazione d’amore a mezzo di un’amica (la ruffienǝ), portando una serenata sotto il balcone di casa della ragazza amata. Giungere a portare la serenata era il modo più persuasivo e romantico e significava che già, nell’animo della fanciulla, era sbocciata, almeno, la simpatia, e quindi la serenata era gradita.
I suonatori erano barbieri i quali, da autodidatti, avevano imparato a suonare uno strumento musicale: il mandolino, la chitarra, il violino o la fisarmonica.
Il più noto suonatore era il barbiere mestә Luca Veccelli che aveva la bottega in piazza municipio. Era abilissimo a suonare il mandolino. Un uomo simpatico e sempre sorridente, nonostante la sua infermità: aveva una gibbosità ed era molto basso; per fare la barba ai clienti saliva su una pedana. Lo spasimante ingaggiava i suonatori che, all’ora convenuta, accompagnati dall’innamorato, si presentavano sotto la finestra della fanciulla amata. A volte il padre mal sopportava di essere disturbato durante il sonno, dato il lavoro che lo attendeva il giorno successivo e a volte minacciava i suonatori verbalmente ad andare via. La moglie, che era al corrente di tutto, invitava il marito a stare calmo e a dormire dicendo: ‘dermә, stattә calmә, nan’è pә fìgghjәtә’. A volte, se le serenate continuavano, il padre dalle minacce passava alle vie di fatto e versava sulla combriccola un liquido di colore giallo che durante la notte era stato raccolto in un vaso, la rәnnelә. La ricompensa che ricevevano i musicisti era una cena di braciole di cavallo in una delle cantine-osteria del centro storico.
E un bacio quando se lo scambiavano i fidanzati? Mai! Né potevano uscire soli dopo il fidanzamento. Basti pensare ad una famosa canzone napoletana degli anni 50, ‘Io, màmmeta e tu’.
PREPARATIVI PER IL MATRIMONIO
Apparularsǝ –impegnarsi, dare la parola: durante il primo incontro ufficiale in casa della sposa, nei tempi passati veniva dato un regalo alla ragazza (di solito guanti e
borsetta in pelle) u cungirtә, e venivano concordate le doti; in caso di accordo veniva fissata la data del fidanzamento.
U fәdanzamendә – fidanzamento; anche se in tono minore rispetto a quella di matrimonio, una volta si faceva una vera festa, con scambio di doni tra i fidanzati, balli e ricevimento per gli invitati; il tutto veniva fatto in casa: infatti fino agli anni 60-70 del 1900 non esistevano i tanti saloni di ricevimento che ci sono adesso.

Fig.17 – U fәdanzamendә (archivio Difonzo)
Fè u sinә e nàunә: era l’antica promessa di matrimonio fatta davanti all’ufficiale di stato civile del Comune e davanti al parroco; ora si chiama “Richiesta di pubblicazione a contrarre matrimonio”.
Apprәzzè i pannә – apprezzare i panni: poco prima del matrimonio, era usanza esporre in casa il corredo degli sposi per una settimana, durante la quale arrivavano altri regali e veniva chiamata una persona competente, in genere una sarta, a dare un valore al corredo esposto. Pannә era il corredo che il padre della sposa prometteva; andava da pann’a junә (un esemplare per ogni capo di biancheria: un lenzuolo, un cuscino, una camicia, etc), quando la famiglia era molto povera, fino apann’a descә (dieci esemplari per ogni capo), tipico delle famiglie benestanti.

Fig.18 – Apprәzzè i pannә(archivio Difonzo)
U matrәmònjә – matrimonio, sposalizio. Dopo il rito in chiesa, invitati e sposi si recavano nel luogo dei festeggiamenti, che di solito era nella casa di qualcuno che aveva una sala più spaziosa: infatti fino agli anni ‘60 del 1900 non esistevano i saloni di ricevimento che ci sono adesso; al suono di una fisarmonica si ballava, si cantava e si servivano i cumblәmindә: taralli, fave e ceci arrostiti, vino e rosolio (la sposa serviva il rosolio bianco, simbolo di verginità, lo sposo serviva quello rosso, simbolo di fertilità); per i più intimi seguiva il banchetto (pasta al forno, carne con patate e vino), ed in rari casi venivano serviti alla fine dei dolci: pastә, frәseddәchә l’ovә,ngәnittә, cәrinә, etc; poi gli sposi venivano accompagnati alla loro casa.

Fig.18 – U matrәmònjә
Il compare d’anello ha avuto un ruolo preponderante fino agli inizi degli anni 60. A lui era demandata tutta la parte organizzativa della festa oltre all’acquisto delle fedi nuziali. Già nel corteo che accompagnava la sposa in chiesa, a lui spettava il posto subito dopo la sposa, in chiesa suo compito era quello di regolamentare la
posizione nei banchi ai parenti e amici, all’uscita era lui il più impegnato al lancio dei confetti, i canәlinә, agli sposi.

Fig.19 – Lancio deicanәlinә
Nella foto (fig.19) si vedono i bambini che facevano a gara per raccogliere più confetti possibile. Ma era durante la festa che u cumbuerә d’aniddә tirava fuori il suo carattere goliardico e la sua capacità organizzativa. Dopo la cerimonia religiosa gli sposi si recavano dal fotografo per fare gli unici due scatti del ‘book’ fotografico: quello da soli e quello con i genitori e il testimone. Si andava dopo alla casa dello sposo ove venivano offerti i cumblәmindә. Il pranzo, a casa dello sposo o di un parente che avesse più spazio a disposizione, era riservato a pochi intimi. Il pomeriggio, con il rientro di tutti, era dedicato ai balli, ai brindisi, all’allegria. A lui spettava organizzare e pagare l’orchestrina, i senә, ed era lui che organizzava l’alternanza delle coppie che dovevano ballare, a causa del poco spazio a disposizione. Durante la festa venivano offerti taralli e rosolio o vermut. Finita la festa, era sempre lui che, dopo aver erudito lo sposo su come comportarsi, ‘vegliava’ l’ingresso nella casa degli sposi in maniera tale che nessuno disturbasse la loro prima notte. Il mattino successivo, era sempre lui, insieme alle rispettive mamme degli sposi, che andava a fare visita agli sposi portando latte, caffè e zabaione per una corroborante colazione. La mamma dello sposo, invece, rassettava il letto, per verificare se il matrimonio era stato consumato, e soprattutto, che la nuora fosse giunta vergine all’altare. A volte si arrivava anche a stendere le lenzuola fuori casa per dimostrare la verginità della sposa! Con la nascita delle sale di ricevimento è stato risolto il problema dello spazio per gli invitati per cui il ruolo del compare d’anello è andato via via scemando.
La fèmәna prenә
Ovviamente lo scopo di ogni matrimonio è che la donna rimanga gravida, jessә ngindә o jessә prenә.
S. Anna, festeggiata il 26 luglio, è la protettrice delle partorienti. In passato, in mancanza di ecografia, c’erano dei metodi piuttosto ‘scientifici’ per definire in anticipo il sesso del nascituro.
Dall’osservazione della pancia della gestante si desumeva il sesso del nascituro: se fosse stata a punta sarebbe nata una femminuccia, se fosse stata invece piatta sarebbe nato un maschietto.
C’era a proposito un proverbio: Venda pәzzutәvolәu fusә, venda chiattәvolәla zappә. (Vedi proverbio P1333).
Non era questo l’unico sistema per sopperire alla mancanza di ecografia, ne esistevano altri tutti rigorosamente ‘scientifici’; un metodo ‘infallibile’ era quello dell’oggetto trovato in casa: se la donna in attesa si piegava a raccogliere un ditale (o altro oggetto femminile) perso da qualcuno sarebbe stata una femminuccia, se invece trovava un oggetto maschile, sarebbe stato un maschietto. Un altro sistema consisteva nel nascondere degli oggetti femminili sotto un cuscino di una sedia e oggetti maschili sotto un altro cuscino; se la donna incinta andava a sedersi sulla sedia che nascondeva oggetti femminili, sarebbe nata una femmina, in caso contrario un maschietto.
Curiosità 1: Tempo fa non ci si poteva sposare durante la quaresima (periodo di astinenza dalla carne), né nel mese di Maggio (dedicato alla Vergine Maria), né nel mese di Novembre (dedicato ai defunti), né di Lunedì (riservato a quelli che si erano scәnnutә, cioèche avevano fatto la fuga d’amore, la fuitina) , né di Martedì né di Venerdì (giorni portatori di sfortuna), né di Mercoledì (riservato ai vedovi); rimanevano solo il Sabato e la Domenica, ma tutti sceglievano il Sabato perché così potevano riposarsi il giorno successivo.
Curiosità 2: U Sangiuwannә, è il vincolo di comparatico che unisce il battezzato e i suoi genitori al compare (padrino) che lo ha tenuto a battesimo; secondo un’antica tradizione, ormai scomparsa, era al compare d’anello (testimone di nozze) che toccava il privilegio di tenere a battesimo il primogenito della coppia.


Uagnunǝ japritǝ l’òcchjǝrǝ quannǝ v’accasetǝ! Ca tannǝ jè u timbǝ ca sǝ nasscǝ e sǝ morǝ (P1208).
Ragazzi, aprite gli occhi quando vi sposate! Perché allora è il tempo in cui si nasce e si muore.
Esortazione ai giovani per essere oculati nella scelta della ragazza, perché proprio dalla scelta può iniziare una vita in ascesa economica e spirituale o andare verso il precipizio.
